IL LAVORO RENDE LIBERI

La scritta campeggiava sull’ingresso di molti campi di sterminio tedeschi, tra cui Auschwitz, dove è stata rubata e ritrovata nel giro di pochi giorni nel dicembre di quest’anno.

Il lavoro imposto con la forza a persone deportate non può rendere liberi.

Eppure il mito del lavoro manuale che rende migliori gli uomini non è limitato alle tragiche esperienze dei campi di concentramento della seconda guerra mondiale, dei gulag sovietici o dei villaggi contadini durante la Rivoluzione Culturale cinese.

Esiste una parte di noi che pensa che il lavoro, soprattutto manuale, possa nobilitare l’uomo e renderlo più libero, dai desideri, dalle paure, dall’eccessiva importanza data al pensiero. A limite dall’eccesso di agi e comodità (da cui l’invito “andate a lavorare”).

 

Ma il lavoro ripetitivo nelle fabbriche e nei call center, il lavoro senza protezione dei braccianti e dei muratori sembra piuttosto dare ragione al giudizio di Marx secondo cui il lavoro è alienazione, qualcosa attraverso cui l’uomo viene privato e derubato di se stesso e della sua essenza.

Raramente il lavoro dà la possibilità a chi lo fa di realizzare se stesso, le proprie capacità, di esprimere le proprie emozioni.

L’unico lavoro che può rendere veramente liberi è quello compiuto su noi stessi, per cercare di cambiarci e di essere migliori. Come tutti i lavori, non è mai finito ma in compenso ci lascia sempre liberi, di continuare a provarci, oppure accontentarci di quello che siamo.

 

IL LAVORO RENDE LIBERIultima modifica: 2009-12-29T07:27:00+01:00da si605
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